Un contributo di analisi pubblicato online affronta un tema di crescente rilevanza per la pratica legale: con la diffusione dei modelli linguistici di grandi dimensioni – i cosiddetti LLM – il ruolo di verifica e validazione dell’avvocato non si riduce, ma diventa più centrale e più complesso. La qualità del servizio legale dipende oggi in misura crescente dalla capacità del professionista di presidiare criticamente tutto ciò che viene prodotto dall’AI, tanto all’interno dello studio quanto da parte del cliente.
Perché la validazione professionale è imprescindibile
L’analisi degli output prodotti dai modelli linguistici su questioni giuridiche complesse evidenzia una distribuzione approssimativa che si articola in tre fasce: circa il 20% dei contenuti generati risulta corretto, circa il 60% è comprensibile nella logica ma non condivisibile dal punto di vista professionale, e il restante 20% è errato o privo di fondamento giuridico. Questa distribuzione rende la verifica da parte dell’avvocato non una fase facoltativa, ma una condizione necessaria perché l’output dell’AI possa tradursi in consulenza affidabile. Senza questo presidio, il rischio non è solo di inefficienza: è di fornire al cliente indicazioni giuridicamente scorrette.
La regola che emerge dall’analisi è chiara: l’output di un modello linguistico deve sempre essere verificato dal soggetto meglio posizionato per confermarne l’accuratezza. In ambito legale, quel soggetto è l’avvocato. Non perché l’AI non possa essere utile – lo è, in molti contesti specifici – ma perché nessun altro ha le competenze per distinguere ciò che è corretto da ciò che è plausibile ma sbagliato.
La nuova complessità nel rapporto con il cliente
La diffusione degli strumenti di AI ha modificato anche le modalità con cui i clienti si rivolgono ai propri legali. Sempre più frequentemente, il cliente non si limita a descrivere il problema, ma si presenta con un’analisi o una strategia già elaborata da uno strumento di AI, chiedendo al professionista di esprimere un parere su quell’output. Il risultato è spesso un aggravio significativo del lavoro.
Il problema non è l’uso dell’AI da parte del cliente, ma l’uso improprio: quando il cliente chiede all’AI di suggerire una strategia legale – attività per la quale non è nella posizione migliore per valutarne la correttezza – l’efficienza si perde e il rischio di errore aumenta.
Cosa può fare l’AI e cosa spetta all’avvocato
I modelli linguistici producono risultati utili in attività specifiche: sintesi di grandi volumi di documenti, analisi del tono delle comunicazioni, risposta a domande fattuali su dataset circoscritti, rappresentazione visiva di dati, redazione di sezioni di documenti tecnici sulla base di materiale di qualità. In queste attività, l’AI può contribuire in modo significativo all’efficienza dello studio, a condizione che l’output venga sempre sottoposto alla verifica del professionista competente.
La distinzione funzionale proposta è netta: il cliente può utilmente impiegare l’AI per organizzare e sintetizzare elementi fattuali che conosce direttamente, come la ricostruzione di una cronologia di eventi o la mappatura delle posizioni delle parti. La valutazione giuridica e la definizione della strategia restano invece prerogativa esclusiva dell’avvocato, che è il solo in grado di verificarne la correttezza.


